Diete, Fame, Appetito e condizionamento psicologico

Un dato di fatto è assolutamente indiscutibile: un numero elevatissimo di atteggiamenti che l’uomo ha nei confronti del cibo nasce da un condizionamento di tipo psicologico. Noi, a differenza degli animali, abbiamo una psiche, un inconscio. Il rapporto con il cibo è uno dei primi contatti con il mondo esterno, fin dalla nascita, e come tale può riempirsi di mille significati. Mangiamo per ansia, per nervosismo, per solitudine, per compensare dispiaceri e frustrazioni, per sfogare inquietudini, stress, depressioni ed eventi negativi, per gola, per automatismo, per placare rabbia e tristezza, per passione ma anche per gioia, per celebrare eventi piacevoli o per godere della compagnia di amici e parenti e per fame? Siamo sempre sicuri che ciò che mangiamo, quando ci sembra di avere fame, sia sempre corrispondente alle nostre necessità? O meglio, siamo sempre sicuri che la nostra fame esprima davvero la necessità di introdurre cibo e in quella quantità perché “è ciò che ci serve in quel momento” o non piuttosto un’abitudine, un desiderio, un piacere? Se ci troviamo in una condizione di sovrappeso, anche minima, no di sicuro. In tal caso abbiamo mangiato troppo per le nostre esigenze e per la nostra attività fisica. In pratica abbiamo una percezione della fame biologica non corretta. L’uomo mangia per “appetito”.

La FAME è il desiderio di mangiare quando il cibo manca. Spinge alla ricerca del cibo quando l’organismo lo richiede per sopravvivere e mantenersi efficiente. Ci fa dire “mangerei qualsiasi cosa.”
L’APPETITO è il desiderio di mangiare quando il cibo c’è ed è disponibile. Spinge alla scelta del cibo per golosità per abitudine, per socialità, per compensazione, per ansia, per noia, per abitudine, per rabbia, per mille motivi ma non per sopravvivere, ci pone sempre nelle condizioni di scegliere tra varie possibilità. Ci fa dire “mangerei un cosa buona, una cosa che in questo momento desidero.”

 

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